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Ogni anno 3000 ricercatori italiani lasciano il paese

Un'indagine del CNR disegna il quadro di questa specifica situazione: ogni anno 3000 ricercatori italiani lasciano il paese.

Quadro generale

Ogni anno 3000 ricercatori italiani lasciano il paese. Non sono le solite notizie allarmistiche o, peggio ancora, acchiappa click di qualche sito a caccia di sensazionalismi. Questa volta è lo stesso CNR ad avere portato a termine un’indagine che disegna seriamente la situazione di questa parte di lavoratori italiani. E ciò che emerge, tanto per essere chiari, è su tutti un dato particolarmente significativo: se si fa il saldo tra ricercatori stranieri arrivati in Italia e ricercatori italiani espatriati, il saldo italiano con il suo -13% è il peggiore di tutta l’Europa.

I motivi sono facilmente intuibili e vanno dalle condizioni di lavoro umilianti, dalla scarsità di mezzi economici per passare da avanzamenti di carriera e soddisfazioni professionali davvero risicati. Ma, come se non bastasse, l’indagine del CNR ha messo in luce un aspetto davvero paradossale: i nostri ricercatori all’estero, lavorano e producono molto più dei loro colleghi stranieri.

Lo studio di cui parliamo è quello realizzato dalla ricercatrice Carolina Brandi, intitolato “L’emigrazione dei ricercatori italiani: cause ed implicazioni” che è diventato anche un sostanzioso capitolo inserito nell’annuale Rapporto Migrantes.

Cause e numeri

I 3000 ricercatori italiani che ogni anno lasciano il paese sono solo la conseguenza di una situazione che, semplificando al massimo, ha due principali motivi:
– ci sono più ricercatori di quanti il mercato italiano sia in grado di assorbire
– quelli in più espatriano.

Certo è la coperta dell’acqua calda, almeno ad una lettura superficiale. Ma, in realtà, è una situazione che implica un disegno ancora più mortificante per l’Italia. Sì perché, stando così le cose, l’unica soluzione sarebbe quella di ridurre il numero  dei ricercatori che escono dalle nostre università. Con conseguenze drammatiche per lo sviluppo economico del nostro paese. Oppure riorientare tutto il sistema del lavoro verso l’innovazione. Cosa che l’Italia non sta certo dimostrando di fare.

I numeri sono davvero interessanti al di là delle solite roboanti frasi del tipo: Ecco la fuga dei cervelli”. L’Italia, come dicevamo ha il saldo peggiore di tutta Europa per quanto riguarda la differenza tra “ricercatori importati e ricercatori esportati”. Nei dettagli significa che il nostro paese perde oltre il 16% dei suoi ricercatori. E la situazione diviene ancora più amareggiante se la si confronta con quella di altri paesi con saldo positivo:
– Svizzera e Svezia +20%
– Gran Bretagna +7,8%
– Francia + 4,1%

E pure la Spagna, con un’economia non certo brillante, riesce a distanziarci non poco. Di questo ritmo, entro il 2020, l’Italia avrà peso qualcosa come 30mila ricercatori con conseguenze drammatiche per il proprio sviluppo.

Condizioni di lavoro

Già nel 2010 il CNR aveva effettuato un sondaggio sull’argomento. E ne era uscito che su 2mila ricercatori intervistati, la quasi totalità aveva riferito di ottime condizioni di lavoro all’estero. Condizioni di lavoro che delineano una situazione di stabilità, dal momento che la maggior parte di loro lavora all’estero nel ruolo di:
– professori ordinari
– ricercatori senior
– direttori di ricerca

E oltre il 63% di loro non viene neanche sfiorato dall’idea di rientrare in Italia.

Dove

Ma dove lavorano principalmente i nostri ricercatori all’estero? Un po’ in tutto il mondo si può dire, andando a farsi onore in tutti gli angoli del globo. Sempre secondo la ricerca CNR, oltre la metà si trova in Europa principalmente in:
– Gran Bretagna
– Svizzera
– Belgio
– Francia
– Germania

Al di fuori dell’Europa le mete più frequentate dai nostri ricercatori sono:
– Stati Uniti
– Brasile

Ma oltre ai numeri e oltre alla distribuzione geografica c’è anche un discorso qualitativo da fare. I ricercatori italiani che se ne vanno sono i migliori in assoluto. Cioè tra i 3385 ricercatori con il più alto indice di produttività scientifica, ben 641 lavorano oltre confine. Fonte La Repubblica

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