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Marco Capobianco, racconta la sua esperienza in Libia, Serbia e Afghanistan

lavorareallestero.it oggi intervista Marco Capobianco, che racconta la sua esperienza in Libia, Serbia e Afghanistan: tutto in soli cinque anni all'estero

Libia, Serbia, Afghanistan: tutto in soli cinque anni all’estero
Quella che raccontiamo oggi è l’esperienza di Marco Capobianco, ingegnere napoletano che, in soli cinque anni, si trovato a lavorare in contesti decisamente difficili: Libia, Serbia e Afghanistan

Ingegner Capobianco, ci racconta un po’ di lei? Quanti anni ha, che studi ha fatto, dove è nato e che esperienze lavorative ha fatto in Italia?
Sono nato a Napoli, ho 48 anni e mi sono laureato in Ingegneria Civile Edile con indirizzo Strutturale all’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Ho cominciato lavorando con imprese edili girovagando per l’Italia, Toscana ed Umbria soprattutto.

Quando e perché è arrivata la prima esperienza all’estero?
Nel 2007 ero progettista strutturale per un importante studio di architettura in Napoli; si trattava di un progetto in joint venture tra lo studio di cui sopra, una società di Roma che si occupava del management ed una società turca che era impegnata nel progetto impiantistico. Concluso il lavoro con la società di Napoli fui contattato successivamente dal loro partner di Roma per una direzione di lavori all’estero, in  Serbia appunto. Cosi cominciò la mia prima avventura nel marzo del 2008

Lei è stato anche in Libia e in Afghanistan: cosa faceva esattamente in questi paesi?
In entrambi i casi mi occupavo di direzione lavori: in Libia ero responsabile del consolidamento di due dighe, mentre in Afghanistan ci sono andato per la realizzazione di edifici e hangar.

marco capobianco

Lei è stato in quei paesi in periodi decisamente difficili. C’è qualcosa che vuole raccontarci in particolare di cosa significasse lavorare lì in quei momenti?
Sono state esperienze difficili, è il minimo che si possa dire. In Afghanistan vivevo all’interno di basi militari dove la tensione è quotidiana. Prima di partire ho seguito preziosi consigli da colleghi con cui poi ho stretto un forte legame di amicizia; per esempio evitare anche di camminare in zone in cui fossero parcheggiate autoveicoli di scorta ai VIP. Un giorno ad Herat venne l’ex presidente del consiglio Mario Monti, e io mi sono ben guardato dal partecipare alla parata di benvenuto. Lavorare in Libia o in Afghanistan sono state esperienze dure, ma alla fine si stringono forti legami di amicizia, proprio perché le condizioni in cui si lavora sono molto particolari. Ho vissuto in prima persone l’esperienza dell’attacco alla base di Camp Bastion, settembre 2012, ho passato tutta la notte steso mentre i missili volavano sulle nostre teste, cosi come ho vissuto l’esperienza della rivoluzione libica del febbraio 2011, giusto per fare degli esempi. Tra le due l’esperienza libica è stata sicuramente quella che mi ha segnato di più; sono passati quasi tre anni ma l’ultima notte trascorsa barricato in casa, mentre fuori c’era l’inferno, è ancora viva in me.

Adesso cosa sta facendo e dove?
Sono tornato da poco da Kandahar e mi concedo un sano periodo di relax in famiglia

Al di là dell’attuale crisi, consiglierebbe comunque un’esperienza lavorativa all’estero? E perché?
Naturalmente io posso parlare solo del mio settore di lavoro. Io ho cominciato a lavorare all’estero nel 2008 quando la crisi non era ancora esplosa e, sempre riferito al mio settore, devo dire che solo all’estero ho potuto realizzarmi. In Italia, nel campo dell’ingegneria o delle costruzioni in generale, il lavoro è sempre eseguito dai soliti noti, quindi a meno che non si sia disposti a pozioni minori, nell’ambito di un grosso progetto gli sbocchi professionali sono, purtroppo, molto limitati. Bisogna tener ben presente un concetto: quella dell’estero non è solo  una scelta professionale ma è soprattutto una scelta di vita. Se era difficile lavorare in Italia prima lo diventa ancora di più dopo, si perdono tutti i contatti, e prima di riprenderli ci vuole tantissimo tempo. La seconda esperienza all’estero rappresenta una sorta di punto di non ritorno, si è scelta la propria vita. È una vita difficile, piena di sacrifici, se si è fortunati, si rientra in Italia ogni quattro mesi per venti giorni con la famiglia, la valigia diventa quasi una compagna inseparabile e si perde il concetto di “casa”

Se potesse scegliere, c’è un paese in particolare in cui le piacerebbe fare un’esperienza lavorativa? E perché?
Tornando dall’Afghanistan ho trascorso tre giorni a Dubai per motivi di coincidenza di voli e devo dire che vorrei lavorare negli Emirati, ma più di tutto vorrei lavorare nel nord Europa.

Immagino, infatti i paesi del nord hanno una seria politica legata alle tecnologie ambientali per cui anche gli ingegneri hanno molte più possibilità. Nel suo campo qual è attualmente la situazione in Italia?
La situazione in Italia, anche sotto questo aspetto, è molto deficitaria.

In conclusione se dovesse dirci, per lei, cosa significa lavorare all’estero, cosa direbbe?
Un’esperienza all’estero è importante e gratificante. Quando si dice che un qualsiasi posto non lo puoi conoscere se lo visiti da turista è assolutamente vero. Certo, quando si va a lavorare all’estero bisogna aspettarsi che i primi giorni ci si senta sempre molto soli, soprattutto la sera quando si finisce di lavorare e si torna in una casa che non è la propria. Con il tempo ci si abitua; io sono stato fortunato perché in tutti i miei percorsi ho sempre incontrato persone con cui ho stretto un forte legame di amicizia, e solo l’amicizia di queste persone mi ha dato la forza per andare avanti.

L’ingegner Capobianco ha anche raccolto alcune delle sue esperienze più difficili in un diario che ha intitolato “La mia fuga dall’inferno”, un’interessante racconto di alcuni attimi difficili, in Libia, nel 2011. Si tratta di racconti che nessun giornale ha mai pubblicato e che rappresentano l’esperienza in prima persona, di chi c’era.

Per contattare Marco, potete scrivere alla mail ing.capobianco@gmail.com. Il suo profilo facebook è www.facebook.com/marco.capobianco.35

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