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L’importanza del personal branding nel lavoro

Anche se può sembrare discutibile sembra che oggi non sia più sufficiente saper fare bene un mestiere: sempre più importante è ormai quello che a tutti gli effetti può essere chiamato marketing personale. Soprattutto ora che la ricerca di un lavoro la si fa prevalentemente su web

personal branding

Che cosa significa
Lorenzo Cavalieri, esperto in formazione, ha riunito in un libro alcune considerazioni riguardo l’argomento. Si tratta di “Mi vendo (bene) ma non sono in vendita. In sostanza l’autore conferma quello che ormai sembra davvero imprescindibile dalla ricerca di un lavoro: saper comunicare. Le competenze non bastano più, bisogna sapere farsi notare, fare colpo a livello comunicativo sui potenziali datori di lavoro. Soprattutto oggi che la ricerca di un impiego è fatta esclusivamente (o quasi) sul web o attraverso gli stessi social network. Si può quasi dire che le regole che valgono per vendere un prodotto sia diventate le stesse per vendere la propria immagine professionale. Argomento di attualità in un momento in cui, molti italiani, cercano lavoro all’estero e lo fanno spedendo curricula in giro per il mondo.

Il personal branding
Spesso si usano espressioni inglesi per introdurre concetti che sembrano non avere ancora un esatto equivalente in italiano. È il caso del personal branding, cioè quasi un fare di sé stessi e della propria immagine professionale un marchio. Esattamente come un marchio pubblicitario. Il libro di Lorenzo Cavalieri è proprio di questo che ci parla in poco meno di 200 pagine ricche di suggerimenti su come valorizzare al meglio (e meglio degli altri) le proprie competenze.

Come una campagna pubblicitaria
Così dovrebbe essere la nostra ricerca di un lavoro. Frutto di una vera e propria strategia per trovare il giusto posizionamento. Ma per fare questo, oltre a capire quali potrebbero essere le nostre scelte di mercato lavorativo, è necessario fare un’analisi delle proprie ambizione e attitudini. Un lavoro in sé stesso dunque, qualcosa di molto più articolato di quello che può essere il classico curriculum, che comunque fa parte del gioco.

Il tempo corre
Tutto ciò sembra logico se si pensa che ormai, soprattutto nel mondo del lavoro, tutto avviene velocemente, come velocemente si muove la comunicazione 2.0. Si moltiplicano i canali comunicativi e i mezzi per veicolare le proprie ricerche ma, conseguentemente, si accorcia il tempo che si dedica alla lettura di queste comunicazioni. Ecco perché bisogna essere in grado di cogliere l’attenzione di chi ci legge (in questo caso un datore di lavoro) nel tempo di uno schiocco di dita. Nel libro ci sono anche degli esercizi per arrivare ad apprendere al meglio come muoversi

Non solo per gli inizi
Il personal branding non è qualcosa che riguarda solo chi è alla ricerca di un primo lavoro; anzi, ormai sempre più professionisti lo utilizzano per costruire quello che potremmo definire “un pacchetto completo” della loro immagine. In realtà si tratta di un concetto che, come ci dice il libro, nasce già negli anni ’80. Forse non a caso. Infatti si tratta di qualcosa che mette enfasi soprattutto quello che potrebbe chiamarsi “l’impacchettamento” di un prodotto; e lo fa mixando alcune regole del classico marketing con quelle dello story-telling.

L’epoca dei social network
Pur essendo un concetto nato negli anni ’80 il personal branding sembra davvero figlio di questi giorni; giorni in cui i social network e la rete in generale sembrano aver levato il confine netto tra vita privata e vita professionale. Sì perché anche quello che diciamo o condividiamo su facebook o twitter contribuisce ormai a costruire la nostra immagine. In fondo è un po’ una tecnica che mette insieme linguaggio verbale, paraverbale e non verbale: per noi parlano anche i gesti e ciò che si mostra. Strano a dirsi ma, ormai, è sempre più così anche nel lavoro.

“Mi vendo (bene) ma non sono in vendita” di Lorenzo Cavalieri. Leggetelo, perché gli spunti interessanti non mancano

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