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Lavoro: la vera faccia delle riforme europee

Si fa tanto parlare di riforme del mercato del lavoro. La motivazione, spesso, è sempre che "è l'Europa che ce lo chiede". Ma stanno funzionando davvero?

Regole che non funzionano
Andare via dall’Italia per trovare migliori prospettive di lavoro. Certo. ma cosa sta accadendo a livello europeo da questo punto di vista. Il lavoro e la vera faccia delle riforme europee sono argomenti delicati che mettono in luce non poche contraddizioni. Come, per esempio, il fatto che lo stesso FMI dica che la tanto decantata deregulation, in fondo infondo non è che stia funzionando tanto.

La famigerata Troika, cioè lo stesso FMI, la Bce e la Commissione Europea insistono nel chiedere ulteriori meccanismi di liberalizzazione del mercato del lavoro anche se, risultati alla mano, i posti di lavoro complessivi creati restano ben al di sotto delle aspettative sbandierate.

Alcuni dati
Come ci ricorda anche un interessante articolo pubblicato da Lettera 43, la vera faccia delle riforme europee sul lavoro mette in risalto alcuni dati. In Spagna, dove spesso si legge di una certa ripresa, il primo trimestre del 2015 ha fatto registrare un leggero aumento della disoccupazione. Idem in Portogallo. La cosa buffa, se così vogliamo definirla, è che nel corso dell’ultimo World Economic Outlook, lo stesso FMI ha ammesso che, per il momento, non vi sono prove tangibili di un impatto positivo sul mercato del lavoro della deregulation che vuole rendere sempre più facili i licenziamenti e introdurre regole più stringenti sul diritto allo sciopero.

La tanto decantata riforma del lavoro spagnola, tanto per dirne una, pare sia stata bocciata addirittura dell’Economist, testata non certo di stampo rivoluzionario. Eppure alcune delle sue basi (riduzione del costo dei licenziamenti, sospensione unilaterale  da parte degli imprenditori della contrattazione collettiva e altre meraviglie) stanno ottenendo l’effetto contrario con molti lavoratori (è sempre l’Economist a dirlo) che stanno ormai pericolosamente in bilico sulla soglia di povertà.

Non meglio stiamo messi noi, nonostante i proclami del governo e neanche il Portogallo. Anche qui c’è stata una pesante riforma del lavoro che, tra le altre cose, ha introdotto un’indennità per licenziamento ridotta praticamente del 50%, limitando poi gli assegni di disoccupazione e ridotto le ferie. Eppure anche il Portogallo è stato considerato un bravo scolaretto dalla Troika che ne ha esaltato la diligenza nel mettere in pratica quanto chiesto. Molte sono le ricerche economiche secondo cui entro la fine del 2019 la disoccupazione sarà ancora maggiore del’11% con un tasso di creazione di nuovi posti di lavoro che si aggirerà su un poco confortante 1% annuo.

Ocse e FMI
Curioso che lo stesso FMI smentisca l’ottimismo riguardo alle stesse regole che impone. Eppure è così. Ogni volta che si parla di aiuti o finanziamenti ormai siamo abituati a sentire che essi sono subordinati alle riforme: “Certo l’Europa ti aiuta ma tu, in cambio, devi spingere l’acceleratore sul pedale delle riforme del mercato del lavoro”. Eppure proprio FMI e anche Ocse dimostrano come i paesi lavorativamente più in difficoltà (Italia, Spagna e Portogallo) non stiano beneficando per nulla da queste riforme che sembrano più un ritornello che altro. Tra i nodi centrali la tanto discussa questione del salario minimo. I paesi i cui governi (come il Portogallo) si oppongo al provvedimento stanno messi come abbiamo detto. Quali sono quelli che fanno registrare dati migliori? Paesi come Germania, Svezia o Olanda in cui questo provvedimento è entrato in vigore.

Per non parlare della Svezia in cui, secondo SciencesPo, l’economia sta vivendo benefici effetti grazie a ingenti investimenti in ricerca, ricorso a professionisti qualificati e ad un mercato del lavoro che magari è meno regolamentato ma ha un vantaggio: alle spalle ha un settore pubblico e una pubblica amministrazione che funziona talmente bene da fare da traino al settore privato. Quindi la deregulation può esserci la dove c’è uno stato che funziona.

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