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Lavorare in Cina: tra miti e delusioni

Cina, terra promessa, nuove opportunità. Un lontano oriente che sembra poter dare occasioni non più possibili in occidente. Ma non tutto è così facile

Far east
Negli ultimi anni sono stati non pochi gli italiani che hanno guardato alla Cina come terra di nuove opportunità lavorative. Per alcuni di loro la Cina ha funzionato da calamita di sogni e aspirazioni come fosse una nuova America. Lavorare in Cina è stato, per molti di loro, un percorso tra miti e delusioni. Intanto una breve descrizione della composizione geografica  e anagrafica degli italiani che sono andati a lavorare in Cina: prevalentemente appartenenti alla fascia d’età tra i 30 e i 40 anni; senza famiglia. Lombardia e Veneto le regioni da cui si sono mossi di più verso l’estremo oriente. Tra le mete più gettonate, per ovvi motivi di opportunità professionale Pechino, Hong Kong e Shangai.

Alcuni numeri
Certo non si può parlare di esodo, per tanti motivi. Diciamo che la Cina non è una scelta per tutti. Ma alcuni dati tra i più recenti parlano di circa 10mila italiani che lavorano o si sono trasferiti in Cina. La cosa che salta all’occhio, oltre ai numeri in sé è la tendenza all’aumento di questi numeri. Infatti, nel corso dell’ultimo quinquennio, il numero di italiani in Cina si è praticamente triplicato. Ma è difficile dare le cifre del reale fenomeno anche a causa di una certa ritrosia, da parte delle autorità cinesi, a rilasciare i numeri esatti di questo tipo di espatrio.

Uno studio italiano
A tentare di fare una luce meno approssimata sull’entità dell’emigrazione di chi ha deciso di lavorare in Cina c’è stato, come ricordato tempo fa da L’Espresso, uno studio della Fondazione Migrantes. Tre ricercatori italiani hanno dato vita ad uno studio chiamato “Sulle orme di Marco Polo” e che riporta alcuni dati ricavati da questionari fatti a italiani residenti a Pechino e Hong Kong. E i risultati sono molto più articolati e molto meno entusiasti di quanto certi siti facciano apparire. Riportiamo le cifre così come segnalate dal settimanale citato:
– 42% degli intervistati dice di avere stipendi inferiori ai mille euro
– solo un terzo lavora in Cina per società italiane o straniere
– 12% lavora per società cinesi
– ben il 34% è in Cina per studio o ricerca
– 11% è in Cina o per uno stage o per seguire una propria attività

La cosa interessante è notare come da questo studio emerga una netta separazione tra due tipi principali di emigrazione italiana in Cina: si va a lavorare in Cina o perché si è altamente qualificati e si ricoprono posizioni manageriali molto ben retribuite oppure ci si va come stagisti e quindi all’inizio della propria carriera. E, altra cosa molto interessante, da tenere presente quando si leggono storie di italiani in Cina che hanno trovato il loro paradiso, non basta conoscere bene la lingua e neanche avere un buon curriculum di studi.

Competizione
Insomma anche in Cina la competizione è diventata fortissima. E la selezione molto più difficile. Basti pensare che il governo cinese ha dato vita a quello che viene chiamato “visto per i talenti” e i permessi di soggiorno, residenza e lavoro sono ormai rilasciati, quasi esclusivamente, solo a professionisti altamente qualificati. Motivo per cui anche molte imprese straniere che operano in Cina si stanno sempre più orientando verso le assunzioni di personale cinese che abbia studiato all’estero e che abbia una preparazione internazionale. Il motivo? Sempre il solito: costano comunque meno.

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