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La riforma del lavoro in Spagna

Molti italiani vorrebbero ancora andare a lavorare in Spagna. Allora vediamo di capire qualcosa della riforma del lavoro che ha coinvolto questo paese

Alcuni dati sull’occupazione
La Spagna, insieme a Italia, Grecia e Portogallo, è stato uno dei paesi più colpiti dalla crisi. E tra gli indici che più drammaticamente hanno impattato sulla vita della persone c’è stato sicuramente quello dell’occupazione; anzi, sarebbe meglio dire della disoccupazione. Disoccupazione che ha avuto un iter al rialzo, ininterrottamente dall’inizio del 2008 fino ai primi tre mesi del 2013. Un’emorragia di posti di lavoro che ha raggiunto la cifra complessiva di circa 3,5 milioni. Variegata è la distribuzione di questa tragedia e del modo con cui ha colpito. I più feriti sono stati sicuramente i giovani tra i 25 e i 39 anni, fascia d’età in cui i disoccupati sono stati 2,2 milioni. A seguire quelli ancora più giovani, tra i 15 e 24 con un numero di disoccupati di circa 1,2 milioni. Paradossalmente, ma non troppo se si riflette bene, i meno colpiti sono stati quelli tra i 40 e i 59 anni (138000) e ancora meno quelli fino ai 64 anni.

Interessante anche notare come la disoccupazione abbia colpito soprattutto le fasce di lavoratori meno qualificati. Secondo alcuni studi sembra che, negli anni presi a riferimento, oltre il 72% di disoccupati fosse composto da uomini e donne con istruzione inferiore. Addirittura in leggero aumento l’occupazione tra i laureati. Oltre a ciò c’è da dire che chi maggiormente è stato messo fuori dal mercato sono stati i lavoratori con contratto a tempo determinato.

Ma siccome la realtà supera la fantasia e vive di contraddizioni, accanto a queste uscite dal mercato del lavoro dei contratti a tempo determinato, vi è stato nel 2007 (in piena crisi) bel l’88% di nuove assunzioni proprio a tempo determinato. percentuale che addirittura sarebbe salita al 92,3% nel 2011. Vi dicono niente questi numeri?

Arriva la riforma
la riforma del lavoro in Spagna viene varata nel febbraio del 2012. E, come prima cosa (non a caso) ha introdotto una modifica sostanziale: ha dato più importanza ai contratti aziendali rispetto a quelli collettivi. Per alcuni questa è la flessibilità. Per i lavoratori i chiama in un altro modo, visto che questo comporta, per le aziende, la libertà di modificare in modo unilaterale le condizioni lavorative con il pretesto della situazione economica.

Un altro punto riguarda, sempre parlando di contratti collettivi, la possibilità che essi vengano rinnovati, una volta scaduti, solo per un anno. E per chi qui stat discutendo se abolire o meno l’articolo 18, ecco un altro punto della riforma:
– le aziende possono licenziare (senza giustificazioni) se si trovano ad avere tre trimestri di fila con diminuzione dei ricavi. Oltre a ciò è stato abbassata anche la copertura per un illegittimo licenziamento: da 42 mesi si passa a 24 e da 45 giorni per ogni anno di anzianità si è passati a 33.

Licenziamenti collettivi
L’autorizzazione amministrativa non è più obbligatoria. Però se la cosa coinvolge imprese che hanno più di 50 dipendenti esse sono obbligate a dare vita a programmi di riqualificazione e ricollocamento di quei lavoratori che siano incappati in un licenziamento. Ma quante sono le aziende con più di 50 addetti? Comunque per dare un colpo al cerchio e uno alla botte la riforma del lavoro in Spagna prevede che siano numericamente maggiori i casi in cui le imprese devono almeno pagare una sorta di tassa se ad essere licenziato è un lavoratore di età maggiore ai 50 anni.

Aspetti positivi
Vi sono anche aspetti positivi che riguardano, soprattutto, le piccole e medie imprese che hanno meno di 50 dipendenti e che non abbiano licenziato senza giusta causa nei sei mesi precedenti alla legge: a queste aziende viene data la possibilità di fare contratti a tempo pieno e indeterminato con bonus fiscali e incentivi. Per le aziende che hanno meno di 25 dipendenti, chi viene licenziato con accordo ha una copertura che equivale a 8 giorni di salario per ogni anno di lavoro in quella azienda.

Flessibilità
Tra i punti della riforma del mercato del lavoro vi è quello di non poter far durare più di due anni i contratti a tempo determinato ma di poter rendere più flessibili quelli part time (cosa significa flessibili?) e quelli di apprendistato. Per essere onesti riportiamo anche alcuni dati che parlano di un leggero aumento dei contratti a tempo indeterminato nelle piccole e medie aziende. Però, c’è un però. L’Ocese vorrebbe addirittura che i tribunali vedessero ulteriormente ridotta la la loro discrezionalità nel giudicare nulli i licenziamenti e anche levare la penale che devono pagare le aziende che, dopo aver licenziato, fanno profitti negli anni a seguire

Insomma una situazione variegata, piena di sfumature e strutturata.

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