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La ricetta islandese per combattere la crisi

L'Islanda è quel paese che, dopo anni difficilissimi, in cui tutto è stato travolto dal fallimento, si è ripresa eccome. Ma quel è la sua ricetta per combattere la crisi

Responsabilità
Se volessimo toccare il tasto emotivo, quello più comodo e più facile di quello riflessivo, potremmo limitarci a dire che in Islanda i banchieri finiscono in galera. In realtà, anche se questo è in parte vero, la ricetta islandese per combattere la crisi è, molto più seriamente, un percorso che porta ad una serie di assunzioni di responsabilità. In sostanza è una decisione, o meglio una serie di decisioni politiche, che si allontana parecchio da quelle che, più che al benessere dei popoli, puntano a soddisfare quelle delle lobby finanziarie. Lobby finanziarie le cui priorità, in molti casi, sono diventate politica, indicando la strada da compiere. Ma in Islanda non si sono salvate le banche. Si è cercato di salvare il paese, la sua economia e il suo lavoro. Come? Facendo esattamente l’opposto di quello che sembra essere il mantra europeo: austerità, austerità e ancora austerità

Tutto il contrario
La ricetta islandese per combattere la crisi sembra avere seguito il percorso esattamente opposto, quindi nessun salvataggio bancario, no austerità e no alla lotta all’inflazione. E così facendo il paese è riuscito, e sta riuscendo, ad uscire da una delle crisi peggiori che mai abbia colpito un paese europeo. E lo sta facendo anche con positivi impatti sull’indice di occupazione che, dopo tempi duri, sta facendo registrare una crescita molto interessante. E uno dei caposaldi di questa ripresa è stato lasciare che le banche fallissero e che molti dei loro dirigenti venissero chiamati ad una seria assunzione di responsabilità. Come? Con condanne penali.

Non si tratta né di un miracolo né di un percorso facile. Sopratutto se si pensa alla situazione drammatica in cui l’Islanda si è venuta a trovare non moltissimo tempo fa. Il paese ha attraversato una recessione che definire grave è forse un eufemismo, e che aveva condotto ad una crescita senza controllo del famoso indice tra debito e PIL. Non è stato facile ma, per cercare di semplificare, si può dire che l’Islanda ha lasciato crollare il valore della sua valuta. Questo ha portato, piano piano, ha ridare fiato all’export. Dopo un periodo drammatico che ha visto aumentare di molto la disoccupazione, il paese è riuscito ad assestarla attorno ad un buon 7%. per poi iniziare anche a diminuire. In pratica al contrario di altri paesi in cui si è tenuta (o si è cercato di tenere bassa) l’inflazione, in Islanda non si sono privilegiati i capitali ma l’occupazione. E i risultati si stanno vedendo.

Controlli sul movimento di capitali
Tirarsi fuori dalla crisi vuol dire prendere decisioni impopolari. Ma impopolari per le elitè. Il che significa che l’Islanda ha fatto una mossa contro i principi del tanto decantato libero mercato. Ha cioè introdotto i capital controls. Cosa significa? Che ha introdotto alcune norme che regolamentano la possibilità per i cittadini islandesi di portare fuori denaro. Orrore per chi fa del libero mercato una religione ma provvedimento che ha aiutato la ripresa. Ma la libera impresa, messa per un po’ da parte, ha dato risultato positivi proprio nel suo non esserci.

Insomma le ricette dell’Islanda per uscire dalla crisi sono state coraggiose. Controcorrente ma forti. E stanno dimostrando che uscire dai dicktat della finanza europea può rappresentare qualcosa di difficile sul breve termine ma, con lungimiranza, forse può essere la strada giusta. L’Islanda sta cercando di dimostrare che l’Europa non può essere solo un’Europa finanziaria.

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