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Gli italiani vanno all’estero a fare impresa

Il titolo potrebbe sembrare la scoperta dell'acqua calda: infatti è lunga la tradizione italica di diventare imprenditori all'estero. La novità però è rappresentata dal fatto che molti nostri connazionali non espatriano per cercare un lavoro e poi, a distanza di tempo, per aprire una loro impresa. Molti non provano neanche ad aprirla in Italia diventando imprenditori direttamente all'estero

Una nuova tendenza
L’emigrazione lavorativa esiste da sempre e noi italiani la conosciamo molto bene. Milioni di nostri connazionali, nel corso dei decenni, hanno varcato i confini per cercare una migliore opportunità lavorativa. Negli anni più recenti, se erano imprenditori in Italia, hanno delocalizzato la loro impresa all’estero. Ora non pochi italiani, soprattutto giovani, vanno all’estero a fare impresa senza neanche provare a farla in Italia. E non potendo analizzare tutti i motivi che sono alla base di questa scelta, basta metterne in luce tre: fiscalità, cultura d’impresa e facilità nell’ottenere i finanziamenti. Tre parole magiche che spiegano, in parte, anche la crisi in cui si dibatte il nostro paese; crisi che è sì economica, ma che è anche culturale appunto.

Europa del Nord
Al fenomeno aveva dedicato, qualche mese fa, un interessante articolo anche il Corriere.it che riportava direttamente le testimonianze di alcuni italiani che hanno preso questa strada. È il caso di una giovanissima Sarah Raniero che, a soli 26 anni, ha trovato a Londra la location ideale per aprire la sua WhereInFair e che indica quelli che sono stati i motivi principali che l’hanno fatta propendere per la capitale britannica: bassa tassazione, ambiente davvero votato all’innovazione e facilità burocratica. A Londra ha potuto contare su una struttura come quella di Google Campus. Dublino invece è diventata la sede ideale per Nicola Ferronato, creatore con un socio della B-Smark, innovativa e originale startup specializzata in quello che viene chiamato marketing emozionale. E anche lui mette in luce come l’Irlanda abbia dato, alla sua come a molte altre aziende, notevoli vantaggi fiscali e una mentalità favorevole agli investimenti sulle imprese innovative. Significativa anche la storia della Alive Shoes un bellissimo portale di e-commerce, con sede ad Amsterdam. Qui l’azienda ha beneficiato dell’acceleratore Startupbootcamp e, dopo soli tre mesi, ha potuto presentare il suo lavoro a un gruppo di banche e di oltre 400 investitori.

Cosa dice la Banca Mondiale
Del resto che gli italiani vadano all’estero a fare impresa non certo per snobismo lo dimostra anche la Banca Mondiale. Secondo l’ultimo rapporto Doing Business 2014, che segnala appunto i paesi in cui più è facile fare impresa, anche il Botswana supera l’Italia. In questa classifica l’Italia si piazza al 65° posto su 189 economie analizzate. E meglio di noi fanno anche Rwanda, Armenia e Isole Tonga. Burocrazia e altissima pressione fiscale sono i macigni che ci mettono in cattiva luce. È proprio la tassazione il parametro peggiore per il nostro paese: relativamente a quello l’Italia perde addirittura tre punti rispetto allo scorso anno. Pessimi risultati anche per quanto riguarda i permessi e la facilità per aprire una nuova società e in ulteriore peggioramento il dato relativo all’accesso al credito. In Europa peggio di noi solo Grecia, Romania e Repubblica Ceca. Ci supera, e non di poco, anche la Spagna nonostante la brutta crisi in cui si dibatte anche il paese iberico.

Ai primi posti
Ai primi posti di questo rapporto Doing Business 2014 troviamo Singapore, ormai saldamente al primo posto da molti anni, seguita da Hong Kong, Nuova Zelanda, Usa e Danimarca. Nuovo ingresso la Malesia. Tra i primi dieci anche la Gran Bretagna. Questa classifica non è un capriccio ma uno studio comparato che confronta diversi fattori essenziali per gli imprenditori e aiuta a capire perché sempre più italiani fanno impresa all’estero, senza neanche provare a costruire qualcosa in Italia.

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