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Disoccupazione in Europa. La verità sotto le cifre

Com’è la reale situazione della disoccupazione in Europa? La verità sotto le cifre racconta una situazione un po’ diversa rispetto ad alcuni annunci trionfali degli ultimi periodi

Situazione generale

Lavorare all’estero. Sì, ma dove? Se l’Italia non sta messa bene, emigriamo in altri paesi europei? Ma qual è la reale disoccupazione in Europa e quale verità si nasconde sotto le cifre ufficiali? Ultimamente si sentono e si leggono dati Istat che parlano di una situazione rosea, con numeri ottimistici. Ma, bene non dimenticarlo, l’Istat utilizza gli stessi criteri di Eurostat che altro non sono che criteri governativi. Dunque, spesso, più orientati da motivazioni politiche che non puramente statistiche. Dunque, la disoccupazione in Europa, leggendo la verità sotto le cifre ufficiali, sarebbe un po’ diversa dai proclami. Nel senso che la fotografia delle cifre ufficiali non sarebbe esattamente una fotografia veritiera. Insomma, ritocchini photoshop dei numeri. Secondo alcuni la disoccupazione in Europa viaggia su cifre pari al doppio di quelle ufficiali. E, tra questi “alcuni” c’è addirittura la BCE, non un manipolo di arrabbiati sindacalisti o agitatori politici.

Dichiarazioni di Mario Draghi

Riguardo la disoccupazione in Europa il sito contropiano.org, riporta un’analisi dello stesso Mario Draghi che sostiene che sì, c’è un generalizzato miglioramento dei mercati del lavoro ma che resta il fondamentale problema della debolissima crescita dei salari. E questo è un dato che impatta moltissimo sui reali andamenti della disoccupazione e della stessa dinamica dei mercati del lavoro. In parole povere e poco tecniche, cosa significa? Significa che se gli stipendi non salgono, cosa che dovrebbe essere fisiologica nella dinamica domanda-offerta, vuol dire che i disoccupati sono molti di più di quanto dicono le cifre ufficiali. Perché? Perché se così non fosse le imprese sarebbero costrette a pagare stipendi più alti invece di potersi permettere di giocare al ribasso.

Criteri ambigui

Sempre secondo la Bce la situazione disoccupazione in Europa è falsata dai criteri che vengono utilizzati per misurarla, non rispondenti alla realtà. Infatti i criteri di misurazione usano tre elementi per definire un disoccupato:

  • Non avere un lavoro
  • Essere disposti a iniziarne uno nell’arco di due settimane
  • Cercare attivamente un lavoro

Secondo la stessa Bce queste tre cose, difficilmente si presentano contemporaneamente nella vita di una persona. Nella vita reale, cioè, non in quella dei numeri. Draghi (non un pericoloso comunista) invita a prendere in considerazione altri fattori che comprendono chi un lavoro non lo ha ma non dichiarano di cercarlo e anche chi un lavoro lo ha ma si tratta di un lavoretto part time e, il più delle volte sottopagato. Chiaro? Per la statistica ufficiale, per esempio, chi ha un lavoretto part time sottopagato è un occupato.

Austerità

E qui entrano in gioco i dictat dell’Europa e le politiche di austerità adottate dai cervelloni europei. Austerità che, si sottolinea ancora una volta, avrebbe avvantaggiato solo la Germania. Che, per tanti motivi impossibili da analizzare qui, apparirebbe così come l’unico paese virtuoso che può permettersi di bacchettare gli altri, imponendo le sue regole. Certo la Germania ha indubbi punti di forza ma sicuramente ha tratto giovamento dall’austerità per alcuni motivi:

  • Spostamento di capitali dal sud Europa al nord Europa
  • Capitali che hanno consentito alla Germania di ridurre il peso degli interessi sul suo debito pubblico

Non solo. Ma secondo alcuni analisti l’industria tedesca utilizza moltissimi prodotti fabbricati in paesi in cui gli stipendi sono bassissimi.

Insomma la situazione è molto ma molto più complessa e articolata di quanto ci vogliano far credere alcuni annunci sulla disoccupazione in Europa che non è esattamente così positiva come viene presentata. Quindi la Germania detta regole avendo però beneficiato di elementi che non rientrano nei criteri con cui si misura la disoccupazione. In pratica è come se le regole venissero stabilite da uno degli stessi partecipanti al gioco. E non è proprio corretto.

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