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Dieci paesi in cui emigrare

Il nostro lavoro, si sa, è anche quello di spulciare nella rete per vedere come, su altri siti, viene affrontato l'argomento espatrio. Soprattutto quello legato all'emigrazione giovanile, punto dolente, forse come non mai, nel nostro paese. Oggi vorremmo fare alcune considerazioni su un articolo che abbiamo trovato in rete e di cui ci piacerebbe parlare con i nostri lettori

Gli autori
L’articolo in questione è apparso su Il Fatto Quotidiano a firma di Nicola Persico e Giuseppe Russo, due studiosi di economia, lavoro, economia politica. Il primo ha insegnato alla UCLA di Los Angeles, alla New York University e, attualmente alla Northwestern University della Kellogg School of Business. Il secondo, dopo aver ottenuto il Ph.D in Economic and Policy alla Parsi School of Economics ed essere stato borsista del CNRS, ora è professore associato all’Università di Salerno. Si tratta dunque di due professori di, certamente, non piccola esperienza sull’argomento.

I parametri considerati
La cosa su cui vorremmo riflettere, con i nostri lettori se saranno interessati a farlo, sono principalmente i parametri che, in questo articolo, sono stati considerati per stilare appunto la classifica dei dieci paesi in cui emigrare, soprattutto per i giovani.Non che non siano parametri importanti ma ci chiediamo se essi siano davvero quelli che i giovani prendono davvero in considerazione quando pensano di darsi un’opportunità per lavorare all’estero. Allora cominciamo. La classifica, intanto, che poi analizzeremo più nel dettaglio:
– Qatar e Kuwai
– Australia
– Svezia
– Singapore
– Taiwan
– Stati Uniti
– Olanda
– Germania

Il decimo però non compare. Ma forse si tratta di una svista redazionale

Comunque. Soffermiamoci un attimo, come dicevamo, sui parametri che sono stati considerati per stabilire il grado di attrattività di questi paesi. Il primo, il più classico è il PIL. Il che può anche essere legittimo se non fosse che questo indice è stato spesso messo in discussione da molti economisti riguardo la sua esattezza e, soprattutto, la sua reale capacità di stabilire il vero benessere di un paese. Soprattutto dopo che, in base a nuovi parametri in alcuni paesi nel PIl entrerà anche il conteggio del giro d’affari legato alla prostituzione e al traffico di droga. Oltre a ciò è bene ricordare, per esempio, come le previsioni di PIl siano spesso disattese e fatte, necessariamente, su proiezioni e dati statistici. Basti pensare alla repentina inversione di rotta che, a quanto pare, si è registrata nel PIl tedesco: dopo continue previsioni di crescita anche nell’immediato presente, ecco che, poche settimane fa, si viene a sapere che questo parametro si è fermato anche in Germania.

Un altro parametro che viene indicato come importante per valutare se emigrare in un paese o meno è il rapporto debito/PIL. Ma siamo davvero sicuri che i giovani vadano a vedere quello? E dove le mettiamo le tante discussioni che, proprio negli ultimi mesi, hanno riguardato anche questo indice, con tutte le polemiche che ne sono derivate rispetto alla validità del cosidetto “parametro di stabilità” e rigore? E poi, questi parametri in base a cosa sono fatti?

Terzo parametro è l’indice “business freedom index” cioè quell’indice che misura quanto è facile fare business in un certo paese. Bene certo, un parametro importante ma, forse, non certo uno dei primi quattro che vengono presi in considerazione da chi è giovane e sta pensando di emigrare. Non dalla maggioranza, almeno dei giovani. Un indice sicuramente importante ma, forse, per una fascia più ristretta di popolazione.

Il quarto parametro forse potrebbe essere più interessante e calato nella quotidianità di chi emigra: il cosidetto indice di apertura all’immigrazione, stilato in base al World Value Survey e basato su alcune domande tra cui quella che vuole stabilire quanti non rispondono con la parola “immigrato” alla domanda: “Non ti piacerebbe che il tuo vicino di casa fosse…”. Certo anche questo indice, pensiamo, deve essere preso con le molle. Primo perché non si sa quanto sincere possano essere le risposte e secondo perché vi sono paesi, come la Danimarca per esempio, che vengono spesse indicate come esempi di civiltà e appetibilità professionale pur avendo derive xenofobe. Ma se un giovane trovasse un’azienda danese disposta ad assumerlo cosa farebbe? Considererebbe questo fattore determinante per la sua scelta?

Ecco, non c’è nessun intento polemico rispetto all’articolo in questione. Solo qualche perplessità nei parametri che sono stati utilizzati. A nostro parere troppo teorici e troppo legati a considerazioni più politiche e finanziarie che realmente concrete e interessanti, soprattutto per un pubblico di giovani come quello a cui dicono di essere destinate.

La classifica
Detto ciò gli autori fanno la loro classifica (da loro stessi definita poi provocatoria) sostenendo di averla fatta semplicemente sommando tutti gli indicatori. Non mettiamo in dubbio l’esattezza della matematica. Ma forse il grado puramente “teorico” del risultato dovrebbe essere poi messo a confronto con la realtà dei fatti. Qatar e Kuwait va bene, basta essere consapevoli del fatto che, questi paesi sono sì ricchi ma sono pur sempre paesi in cui bisogna essere davvero capaci di accettare e rispettare regole, costumi e tradizioni. L’Australia. Certo che è desiderabile. Ma sarebbe meglio anche dire quale è la politica immigratoria di quel paese e la conseguente politica di rilascio dei visti di lavoro. Idem per gli Stati Uniti che, certamente possono essere il paese più sognato ma, anche qui, senza determinate caratteristiche non si entra a lavorare. L’Olanda. Ottima destinazione anche quella ma con un’economia che non è più così eccelsa. Che dire della Germania? Certo è tra i paesi più gettonati da chi vuole emigrare ma, chi ci vive da tempo sa molto bene che oltre a questi parametri sarebbe giusto parlare anche di cosa sta cambiando, per esempio, nella politica sociale, in quella dei sussidi e nel mercato del lavoro.

Insomma quello che volevamo dire è che l’argomento espatrio è qualcosa di molto delicato, complesso e articolato. Forse questi indici possono essere interessanti per chi si occupa di macroeconomia o di economia politica a livello accademico. Noi ci limitiamo a pensare che, forse, i giovani cercano altre informazioni. Voi cosa ne pensate?

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